Letterevive
ADI E I TRATTORI

Nico non ebbe modo di farsi troppe domande. Venne infatti raggiunto da un rombo sordo che arrivava dal fondo della strada, verso la piazza della chiesa.

Fece un passo in avanti per cercare di vedere meglio, mentre il rumore si faceva più intenso e si moltiplicava in nuovi rombi frammisti a voci di bambini festanti.

Il ragazzino aveva puntato i gomiti sul davanzale e portava le mani alle orecchie per proteggersi, ma non staccava gli occhi dalla fila di trattori che avanzavano veloci sfrecciando rumorosi lungo la via, avvicinandosi sempre più all’incrocio all’angolo, sotto la finestra da cui stavano osservando.

Nelle cabine, aperte sui lati, bambini divertiti e schiamazzanti si stringevano al fianco dei conducenti, contadini dai volti paonazzi, sorridenti nelle camicie bianche della festa; eroi improvvisati di una cavalcata trionfale e gioiosa, protagonisti per una volta della vita del centro, pacifici conquistatori arrivati in schiera dai campi.

I primi trattori erano già sfilati sotto la finestra quando ancora altri stavano comparendo in fondo alla via, dall’angolo che conduceva alla piazza della chiesa.

Alcuni erano imponenti, nuovi e fiammanti, altri più piccoli, con i profili arrugginiti e senza cabina, con i ragazzi aggrappati al sedile, alle spalle del guidatore, nel frastuono dei clacson e dei saluti della gente che nel frattempo si era di nuovo radunata in strada e sui balconi.

Il frastuono non accennava ancora a placarsi quando le campane cominciarono a suonare a festa in un disordinato rincorrersi di rintocchi ripetuti, a salutare la folla che dalla chiesa doveva essersi riversata in piazza per assistere allo spettacolo.

Il ragazzino si sporse più di lato per seguire il corteo che continuava a sfilare veloce facendo tintinnare i bicchieri sui tavolini del bar. Si teneva sempre tappate le orecchie, fisso nella posizione in cui si era assestato, ma a ogni passaggio di un trattore sotto la finestra si ritirava impercettibilmente indietro ed era attraversato da un fremito che gli faceva contrarre le dita sulle tempie. Nonostante questo, però, sembrava sforzarsi di nascondere la paura e il fastidio.

Nico ebbe la sensazione che per un momento avesse provato a incrociare il suo sguardo nel riflesso del vetro della finestra, ma forse si era trattato semplicemente di una suggestione.

Solo quando il frastuono iniziò ad attenuarsi e le campane cominciarono a rallentare il ritmo dei rintocchi, gli sembrò che il ragazzino si lasciasse un po’ andare.

Allontanò timidamente le mani dal volto, come a sincerarsi che il peggio fosse passato, e ancora in punta di piedi seguì l’ultima coda del corteo che sfilava dietro i palazzi, fra i commenti divertiti e i saluti della gente.

L’eco dei trattori ormai sfumava lontano, per le vie, ma lui rimase ancora così, appoggiato al davanzale, senza voltarsi, sospeso nei suoi pensieri.

Poi, con un moto quasi impercettibile degli occhi, si mise a fissare Nico nel riflesso del vetro, come aspettando di trovare le parole giuste da dire, o sperando che fosse lui il primo a parlare.

Lui però non diceva nulla. Rimaneva lì, fermo, sulla porta della camera.

Allora il ragazzino si voltò, tenendo le braccia tese lungo i fianchi, con un’espressione seria, ma al tempo stesso rassicurante, e guardò Nico dritto negli occhi, come se lo stesse esaminando…