Letterevive
IL PIANOFORTE

Fu allora, nella pace di quell’istante fuori dal tempo, che risuonò nell’aria un rintocco dolce, una nota che riempì il silenzio.

Si levò leggera e rimase sospesa, quasi fosse solo l’eco di un’illusione, ma poi un tocco più grave la sciolse nell’arpeggio lieve di un pianoforte, vibrante, reale, in una sequenza di note piene, avvolgenti, su cui si posava una pioggia leggera di suoni più acuti.

Il cielo si riempì di una danza malinconica, i suoni a rincorrersi come pieghe di un vestito in un giro di valzer. Un ballo celeste che era sospiro di pianto, carezza che sfiora la lacrima, raggio di sole.

Melodia che nasceva da ricordi lontani, di danze nei campi la sera, e amori, lettere dimenticate, e canti di culla. Ninna nanna sussurrata nel buio, carezza di carillon nello stupore dell’incanto; dolci note ascoltate di nascosto, cercate in silenzio nella calda penombra di un pomeriggio d’estate, custodite nell’eco dei momenti di nostalgia, lontano, tenui voci nella malinconia del ricordo.

Rivivevano ora concrete, vere, suscitate da mani leggere sulla tastiera. Ed era come una preghiera che sembrava non avere fine, nel fluire continuo che si rinnovava nello slancio di ogni arpeggio, nel rifrangersi variopinto dei suoni.

Nico ne seguì gli echi, cercando di risalire alla fonte, fino ad arrivare alla finestra socchiusa di un balcone, vicino, nel palazzo oltre la strada.

Qualcuno stava suonando, dietro alle onde leggere di una tenda appena mossa da un alito di vento.

La strada e la corte sembravano essersi abbandonate in ascolto, così che nulla sembrava esistere al di fuori dell’armonia che tutto accoglieva nel suo respiro.

Nico chiuse gli occhi per gustare pienamente la bellezza misteriosa di quella musica e per un istante dimenticò dove era.

Si lasciò pervadere, mentre il canto da malinconico si faceva solare, come festa d’estate tra i soffi del grano, fra carezze di mani intrecciate e sguardi sfuggenti nel tripudio vibrante dei corpi, fin dentro le vene, fino in fondo all’anima ebbra, e forse solo ora davvero felice.

Possibile? Poteva davvero essere felicità, quella?

La sentiva, poteva crederci. E sperava che quel momento non svanisse, si dilatasse in un unico infinito presente, denso di vita e di senso. Vero, di quella verità che non lasciava spazio ai dubbi, risposta semplice e piena, trasparente, come nello sguardo del cielo, nella realtà oltre le consuetudini, al di là delle illusioni.

Rimase a lungo a gustare ogni passaggio, ogni frase di quella danza fuori dal tempo, valzer da ballare nell’intimità del cuore, bellezza da vivere fino all’ultima goccia.

E se quel momento avesse dovuto finire e la musica giungere al suo compimento, sperava di poter continuare a cullarla nel ricordo, sempre più dolce, nel lieve sussurro di un canto che lo conducesse in pace fin dentro ai suoi sogni, più piano, sottovoce, nel rimareggiare di onde lontane.

Rapito da quella bellezza senza confini, Nico non seppe rendersi conto di quanto tempo fosse passato da quando la musica aveva iniziato a riempire lo spazio fuori e dentro di lui.

Sembrava che anche Adi, sua madre e gli altri rimanessero a lungo sospesi in ascolto, anch’essi trasportati in una dimensione altra, in una pace dolce e profonda.

Le note del pianoforte continuarono ad accarezzarli in un’armonia che a tratti pareva quietarsi, volgere verso la conclusione, ma ogni volta riprendeva slancio per rianimarsi in nuovi voli, in una sequenza che pareva non volersi posare.

Infine, dopo l’ultima ripresa, le note si fecero via via più tenui, il ritmo rallentò in un dolce dondolio, e il suono si spense poco a poco, nel tocco leggero delle dita sui tasti, finché le mani si posarono sugli accordi finali, perdendosi piano, tornando a confondersi con il respiro dei campi…