Il buio è la coperta dei sogni. Sentiva quelle parole affiorare nell’ombra al limitare fra sonno e coscienza, mentre nel silenzio teneva gli occhi chiusi perché la realtà non facesse svanire il momento, riportandolo alle immagini consuete.
La coperta dei sogni, lo ricordava bene, così dicevano un tempo, e accarezzavano piano l’aria nel palmo. Parole antiche nei dialetti perduti delle valli, voci di mamme e nonne chine sulla culla nell’ombra carica di paglia e di lana, nel respiro lontano della terra. Suoni di lingue disperse, ma ancora presenti in qualche modo nel profondo, eco di una sapienza antica che incantava la notte.
Provava a immaginarli, quei suoni. Sua madre da bambina li aveva ascoltati, accolti, custoditi; poi, donna, li aveva donati a lui, semplici come una ninna nanna, quando era ancora troppo piccolo per conservarne distintamente la memoria.
Se però quel ricordo sfumava, rimaneva la sensazione viva di un abbraccio nel buio, un tepore indicibile. Spenta la luce della camera, le dita a sfiorare la fronte, il lembo leggero del lenzuolo sulle labbra; il respiro lento, profondo, senza paura, perché non era solo.
La sentiva vicina. La immaginava mentre rimaneva un attimo sospesa a guardarlo nell’ombra.
Lui fingeva di abbandonarsi al sonno, ma stava ad ascoltarla, aspettando di contare i suoi passi leggeri fino al consueto esitare sulla soglia, prima di tornare in cucina.
Era bello restare così nel buio, accolto nell’abbraccio, cullato piano. Ancora adesso, a distanza di tanti anni, prima di addormentarsi o mentre aspettava che suonasse la sveglia, a volte riassaporava quella sensazione, lasciandosi avvolgere, immerso nel tepore del sogno, leggero. Indugiava nel vuoto a occhi chiusi, cercando di far svanire ricordi e immagini, conservando solo un ultimo residuo di consapevolezza. Si lasciava andare alla deriva, nel silenzio, finché poteva. E rimaneva così, anche solo per qualche attimo, abbandonato al fluire del tempo.
Sapeva che quei momenti non duravano a lungo.
Sempre arrivava qualcosa che riportava la mente al senso del reale: un rumore, l’affiorare timido del giorno, oppure anche solo un’immagine, un’illusione che riusciva a emergere dallo sfondo uniforme del buio, ad aprire una breccia nell’ombra popolandola di nuovi fantasmi che prendevano consistenza, risvegliando il ricordo di quello che era stato.
La coperta del buio era destinata ogni volta a dissolversi. E quando iniziava a dileguarsi, allora non rimaneva che rassegnarsi a riaprire gli occhi, lasciando che il mondo tornasse a insinuarsi nella coscienza, carico di pensieri.
Così fece anche questa volta, seppur trascinando l’esitazione un poco oltre rispetto al solito.
Non perché volesse cercare di rimandare ancora il momento del pieno risveglio, ma più per una sensazione che lo colse di sorpresa, come se intuisse che il mondo che lo attendeva fuori non era quello di sempre. C’era qualcosa di diverso. In qualche modo lo percepiva intorno a lui, nell’aria che respirava piano.
Aprì gli occhi incerto, come se non volesse farsi vedere; il corpo immobile abbandonato a se stesso. Era preparato a ritrovare la luce del giorno, a schermarsi lentamente portando la mano ad accarezzare il volto, in un gesto istintivo. Ma non trovò nulla da cui difendersi.
Più lo sguardo si apriva intorno, infatti, più il mondo, fuori, sembrava non esserci. Il buio continuava a penetrare fra le palpebre come un manto uniforme, profondo, immobile. Di ciò che lo circondava non appariva quasi nulla, se non ombre dai confini incerti che solo dopo qualche istante, lentamente, iniziarono a palesarsi agli occhi, lambite dal bagliore tenue di una luce diffusa, lontana.
Da quanto stava dormendo? Il tempo sembrava essersi dilatato, sospeso.
Certo non era l’alba. Potevano mancare ore, o forse pochi minuti, ma il silenzio della notte copriva ancora tutto. Si avvertiva solo un leggero ronzio di fondo, come un impercettibile sibilo nell’aria addormentata.
Che provenisse dalle profondità del suo nervo uditivo lui non avrebbe potuto dirlo, ma nemmeno escluderlo. Forse però era reale. Doveva arrivare da fuori, oltre gli scuri, dai circuiti del lampione all’angolo della strada, ancora acceso: l’ultima luce di cui aveva ricordo dalla sera; l’ultimo sussurro a spegnersi nella coscienza, prima del sonno.
Quale che fosse l’origine del sibilo sommesso, era comunque segno che tutto il resto taceva, intorno. Il paese era ancora immerso nei sogni. Una calma irreale arginava in un abbraccio il velo di inquietudine che gli si posava sul petto man mano che tornava presente a se stesso, mentre la stanchezza che gli pesava addosso gli impediva di alzarsi, anche solo di allungarsi a prendere il cellulare sul bordo del tavolo.
Trasse allora un respiro profondo e lasciò che gli occhi si richiudessero mentre affondava il viso nell’incavo del vecchio divano, troppo corto per rimanerci steso. Strinse a sé pigramente le ginocchia incurvando la schiena, facendo scivolare i piedi dal bracciolo, e rimase lì immobile, adagiato sul fondo, trattenendo la coperta sulla spalla quasi a difendere inconsciamente il tepore del corpo ripiegato su se stesso…